Zi' Nicol' Cisth'on

Lo vedo scendere da via Centrale. Ha iniziato a percorrere l’ultimo tratto della discesa, quella proprio sopra la fontana, la Faund’. Ha una grossa chiave in mano, che infila nella tasca della giacca. Subito dopo aver messo le chiavi nella tasca le sue mani vanno a poggiarsi dietro la schiena, come sempre. E ora procede, il passo deciso, seppure un pò lento, la lunga schiena lievemente incurvata. Scende gli scalini, dà una occhiata in piazza. Ci sono due persone che aspettano come sempre. E’ trascorso da poco mezzogiorno e mezzo. E’ una bella giornata di sole. Lui ha mangiato un boccone, nù maucch’c ed è dovuto alzarsi di nuovo per tornare giù al bar. Come fa da sempre. Perché da sempre c’e’ chi lo aspetta.
L‘ho riconosciuto subito. Come non potrei?
“Sciuscì, che ci fè aec?!”, gli chiedo meravigliato.
“I’ che ci facc’? TU che ci fè!”
“Nonno, ma tu sei andato via più di venti anni fa!”
“Venti anni e nove mesi, per l’esattezza…. Il 30 Marzo 1986.”
“E allora come lo spieghi che sei qui e stai andando a aprire il bar?”
“Scusa, io Qui ci sto appunto da venti anni e nove mesi…”
“Cosa vuoi dire?!”
“Che sei tu ad essere in un posto… diciamo così, sbagliato.”
“Posto sbagliato? Ma cosa dici? Qui siamo a Colledimezzo, e tu stai andando ad aprire il bar, cosa che, se permetti, non puoi fare più, visto che sei…”
“Morto?”
“Beh, sì…” dico, dispiaciuto.
“E’ morto colui di cui non si parla più, ma io da qui ho visto che persino nel sito di Colledimezzo i giovani hanno chiesto di me. E in piazza si raccontano ancora cose che mi riguardano…”
“Scusa, come sarebbe, ‘da qui ho visto’?
“Dal mondo della verità…Da lu maunn’ d’ la ver’t’, come si diceva tra noi a Colledimezzo.”
“Vuoi dire che sono io stare nel posto sbagliato?”
“Certo, guardati intorno, guarda la gente che va giro, ci sono ancora nel tuo Colledimezzo quelle persone?”
Mi giro a guardare la piazza… le riconosco quelle persone davanti alla porta del bar chiuso…Z’ Ulderic… Z’ Federic… Z’ ‘Ndonie lu Mac’llar’, Z’ Marj d’ Cocc’ che aspettano per la partita e per il caffè, eppoi la p’taic’ di Americ Masht’ F’lic’ con le cassette della frutta davanti, l’ufficio di collocamento aperto, e s’intravvede pure la porta aperta del negozio di Zà Giuuannin… ci sono una Seicento e una Ottocentocinquanta parcheggiate proprio davanti alle finestre del municipio, e di traverso ci sta lu Sed’c’, il Seicentosedici rosso di Z’ Igin’ Fasc’litt’
“Hai visto?”
“Ho visto…e mica è sbagliato, questo posto e queste persone. A dire la verità le rimpiango, e non solo io lo rimpiango, questo tempo…”
“Già, da qui si vede tutto. E sappiamo tutto.”
“Come hai detto tu prima, la gente racconta sempre le tue storie. Con nostalgia racconta di come era prima il bar, quando c’eri tu e nonna Giulia…” dico, malinconico.
“E c’era pure Virgilio, anche se era giovane e faceva fatica a stare qui fermo dietro un bancone…”
“Se è per questo, anche adesso fa fatica a stare fermo.”
“Meglio così. Si è vecchi quando non si ha più voglia di fare nulla.”
“Nonno, sai, Colledimezzo è molto cambiato in questi anni. Il bar non è più quello di una volta, vale a dire che la gente non esce, non gioca più a carte, non è più la piazza di una volta…”
“Ti ho detto che lo so… ma dài racconta, voglio sapere da te come mai le cose sono cambiate…”
“Bè, io ti racconto quello che so, quello che penso… Credo siano cambiate le persone e le loro abitudini di vita.”, provo a spiegare.
“Beh, certo, ho visto da qui, che appena sono andato via, vi hanno aperto lo svincolo. E questo ha fatto tanto comodo. Però lo svincolo ha portato la gente a uscire di più. Perchè ora andare a Lanciano è comodo e ci vuole poco tempo. Così come andare a Pescara, o altrove. E la gente ha più soldi e va fuori, si ferma a mangiare una pizza, va al cinema oppure a ballare. Per non parlare del mare la domenica. In pratica ci vanno quasi tutti. Persino alle feste di Agosto la gente se ne va via. Ai tempi in cui c’ero io la festa era la festa. Ora con lo stress, come lo chiamate voi, la gente sta bene da sola in casa sprofondata in poltrona, davanti alla televisione a sentire i telegiornali e le previsioni del tempo. E non parliamo delle TV private e quelle satellitari che fanno vedere le partite di calcio, e gli altri sport. E se uno passa il tempo a lavorare e poi si mette davanti ai computer e alla televisioni e alle play station, che ci rimane per il bar? … Sol nu Cafè, senza la partit’ ca n’z trov’ lu quart! E spess’ manc’ lu s’caund’!
Ai miei tempi si usciva per andare alle feste a Lanciano, a Settembre, e poi c’erano numerose feste paesane, per non dire quando s’acc’dav’ lu majal’!”
Annuisco, faccio cenno di sì col capo. Cishtaun è davanti a me, sorride, mi dà una pacca leggera sulla spalla.
“Mi ricordo quando venivi a prendere i gelati e le caramelle. Naturalmente a lu guff !”
“Bè, ero tuo nipote, in fondo…”
“Certo, certo. Stavi sempre qui da me, in piazza, come tanti altri ragazzi, che ora vedo da qui, sono adulti. Molti stanno all’estero…”
Sento un groppo alla gola.
“Eravamo bambini, e ci accontentavamo di poche cose. Credo di far parte di una generazione che ha visto andare man mano via tutti voi che ‘abitavate’ la piazza, sono stato comandato dagli anziani a prendere le sigarette a Americo. Ho giocato a guardia e ladri, sono andato a scuola a lu cashtell’ , a fa l’bagn’ a lu uallon e lu lag…”
Mi giro e vedo Z’Mincenz Ciuppit che passa e saluta. Mi dà un’occhiata, sorride lui pure. Forse non mi riconosce. E’ andato via quando ero ancora bambino. Lo vedo prendere il suo toscano, fermarsi per accenderlo, mettendo entrambe le mani davanti al fiammifero per proteggere la fiamma dal vento. E poi si vede il fumo che esce copioso davanti al suo viso. Ma qui non c’e’ vento. Tutto è calmo. E il sole non è troppo caldo e neppure l’aria è fresca. Direi che è tutto perfetto. Mi giro verso la piazza. E’ arrivata un'altra persona. Si ferma al centro della piazza e guarda verso di noi. Alza un braccio e chiama:
“Ao! A Nicò! Ma che te movi o non te movi…? Ma che te devo venì a prende cò a carrozza?”
E’ Eligio. Parla con gli altri. Gli altri sorridono. E pure lui, Eligio, sorride.
“Forse devi andare…” dico a sciusc’ Cishtaun.
“Ma no, qui nessuno ha fretta, sai? E nessuno s’arrabbia. E soprattutto nessuno vuole male agli altri. Non c’e’ risentimento, nè invidia, né ansie o paure…”
“Un paradiso, insomma.”
“L’hai detto…” sorride Cishtaun
“Avessi avuto tu il bar, oggi, laggiù…” sospiro.
“Non sarebbe cambiato granchè, credo. E’ il modo di vivere che è cambiato. Non c’erano le fabbriche e i turni di lavoro, e c’era molta gente in più. Le scuole erano piene di ragazzi, anche se poi emigravano. E appena grandicelli i ragazzi imparavano a giocare a carte e diventavano miei clienti. Mica c’era il computer, le play station, e poi la danza, la palestra, la musica, e tutto quello che dà il benessere… Eh, sì, allora c’erano solo le carte per i ragazzi, e con qualcuno di loro ho anche giocato o’ Trucc’ . A proposito, gioco anche qui naturalmente, a lu Trucc’ , jog’ ng’ Dun’ Giuua’nn’ Z’ titt’… “
“Come facevate quando eravate giù…”
“Già, ma lui è sempre troppo prudente. Se ha trentatre non ci va se n’ è d’ man’!”
“Sai, anche il Trucco non c’e’ più che lo fa… e sono in pochi quelli che giocano a carte. Sempre gli stessi.”
“Ai miei tempi si giocava con tutti e contro tutti. L‘importante era giocare. E se si perdeva non succedeva nulla. Mica come ora che, a quanto si vede da qui, ne fanno una tragedia, una questione di prestigio. E tutti credono di essere dei maestri. Le carte è un gioco. Serve per stare insieme. La sfida è bella se c’è rispetto. Come in tutte le cose. Da qui osserviamo, a volte, stupiti…”
“Sì, sono cambiate tante cose…” dico.
“E’ inevitabile da voi.”, dice Cishhtaun.
“Tarcuord’, sciuscì, quanda m’nett lu rappresentant’ d’ l’Amaro Cora?” gli chiedo, allora, per cambiare discorso.
“Eccome no. Stavo appunto convincendo don Giovanni a dir’ Envit’ e lui non ci voleva andare con trentadue, pensa!”
“E proprio allora si presentò il rappresentante e ti disse ‘Buongiorno signor Di Nardo, sono il rappresentante dell’AMARO Cora..”
“E’ tant’ amara la vita!, gli risposi fissandolo negli occhi. Credo che rimase sconcertato. Era un ragazzo…”
“Ma allora eri arrabbiato tu pure…” osservo.
“Ero arrabbiato, sì, ma non proprio… mi divertivo, come deve essere quando si gioca. E poi quando mi arrabbiavo io ridevano tutti, e alla fine ridevo io pure.”
“Come quella volta con quello della birra sfiatata?”
“Eh, già… succedeva, allora, che la birra poteva essere sfiatata. Mica come oggi che tutti hanno la birra alla spina fresca e pronta. Allora avevo una vasca dietro il bancone. E d’estate era piena di acqua e di bibite, birra compresa. Allora si ordinava un bicchiere di birra, e la birra era quella della bottiglia. Succedeva che però nella bottiglia rimaneva con il resto della birra dentro per molto tempo, e allora quando arrivava un altro che voleva un bicchiere di birra questa era sfiatata.”
“E la birra sfiatata la servisti a un cliente.”
“ E quello mi disse giustamente: Z’N’cò, shtà birr’ è sfiatat’!”
“Ma tu già avevi pronta la ‘soluzione’…come gli dicesti?”
“Aspiett’ ca mò la r’pumpaem’!”
D’un tratto si sente un rombo. E’ un motore. Sotto la Faund’ per la strada passano na lapa bianca con la scritta sul frontale, sopra il parabrezza: ‘007’ . Passa a tutta velocità.
Fa il giro della piazza in bilico su due ruote. Dalla piazza applaudono.
“Chi è?” chiedo.
“Non lo riconosci? E’ N’col’ Z’Ming’ !”
“Ah, è vero… ma io me lo ricordavo con la Ottocentocinquanta, e con la Panda…”
“Sì, ma ha preferito portarsi la lapa. Si diverte di più.”
“Ci credo… A proposito di divertimento, mi ricordo i primi flipper…”
“Certo, ma si rompevano sempre. A volte anche dopo un’ora che il tecnico era venuto ad aggiustarlo!”
“E tu naturalmente mettevi l’avviso sul vetro del flipper…” dico.
“So dove vuoi arrivare…” fà Cishtaun ridendo.
“Sì, hai indovinato. Come scrivevi l’avviso?”
“Filippo Sguasto!”
Ridiamo.
“Scrivere ‘flipper’ a quei tempi non era facile, sai? Ero già anziano…”
Sento una risata vicino noi. E’ Z’Ndonij Col’turc’ che scende a passo svelto verso la strada, dalla sua casa.
“Perché tu come barista dovevi andare a scuola d’inglese!”, dice Z’Donij ridendo “Possibile che nu barrist’ non sa scrivere ‘flipper’?”.
Ci saluta. Dice che sono venuti degli amici a trovarlo e deve scappare. Anzi, andare. Che qui non c’e’ fretta…
“Eppoi c’era quell’altro apparecchio nuovo...” dico.
“Quale?”
“Il telefono.”
Ride di nuovo Cishtaun’.
“Beh, questa la sanno proprio tutti…”
“Ma la gente vuole risentirla, questa… ti ricordi quando la raccontai per la prima volta durante una festa in piazza e tu sentisti dal bar e venisti a dirmi che dovevo raccontare anche le cose dell’altro nonno, Camillo? E raccontai anche di quando chiedesti al tuo cane DIC dove stava Virgilio…”
“Si, mi ricordo… a proposito, tra poco l’altro tuo nonno passa con la lapa, e come sempre non si sà dove vuole andare…”
“Bè, anche di lui ci sarebbe da raccontare…” penso.
“Quella volta Virgilio era andato a Chieti…” dice Cishtaun’
“E tu eri al bar come tutte le mattine.”
“Sì, mi arrivò quella telefonata, era un tale che cercava Virgilio…”
“Ma non era così… era Virgilio che ti diceva che era, appunto, lui che parlava…”
“Pàpà sing’ Virgilij!!”
“Virgilio non c’e’! E’ andato a Chieti!”
“Papà sing uoj Virgilj!!”
“Ti ho già detto che Virgilio non c’e’ è andato a Chieti!!!”
“ E riattaccasti il telefono…”
“Già, mica voleva capire, quello…”
“Ma era Virgilio…”
“Appunto. Doveva capire che io non avevo capito, invece di insistere…”
Lo guardo, divertito.
“Beh adesso devi propri andare…” dico.
“Beh, si… sono arrivati pure Ming e Lazzariell’ e quelli giocano per tutta la giornata e alla fine mi dicono che sono andati pari… ma va bene così. Andava bene giù figuriamoci adesso…!”
“Senti, ma il bar è ancora così pieno di fumo?”
“Si… adesso qui fumano tutti, naturalmente.”
“E le sigarette dove le trovano?”
“Hanno ritrovato qui tutte quelle fumate in vita. E capirai che sono migliaia e migliaia. E poi non c’e’ vizio. Uno fuma se vuole sennò può farne tranquillamente a meno…”
“Un Paradiso…” dico.
“Già, un Paradiso…” ripete Cishtaun’
“Vieni…” mi dice. “Vieni a rivedere il bar…”
Incontriamo Z’ Ming Pap’ con la carriola, sulla quale c’e’ una bombola del gas, nà baumm’, che sta portando chissà dove… “Buongiorno, signori!”, esclama, vedendoci. Un sorriso, un altro sorriso, sincero, affettuoso. E’ tutta un’altra vita quassù…
C’è l’insegna gialla del telefono pubblico, e quella dell’Agip gas, in alto, sopra una delle porte del bar, quella vierz’ lu spuort’ da cui si libra nell’aria tiepida nuvole di fumo di sigaretta…
Entro nel bar… Saila menta, la piccola botte dell’Amaro Alpino in alto dietro al banco, le caramelle Elah, Las Vegas, la macchina per il caffè FAEMA 50, e poi i liquori. L’Amaro Cora, Kambusa l’Amaricante, Punt e Mes, L’Amaro 18 Isolabella, la bottiglia gialla del liquore Strega e la grappa Piave… Alla mia sinistra la stanzetta ricolma di gente che gioca, fuma, ride, beve birra e liquori…a destra c’e’ il bigliardino e il flipper. E’pieno di ragazzi da quella parte. Cishtaun’ dà a quella parte un’occhiata severa. Già ha visto qualcuno dei ragazzi prendere a stranj’neat lu flipp’ e tra poco gli toccherà fare un’incursione per rimettere a posto le cose, là dietro…
So già cosa avverrà: appena il frastuono passerà il limite si vedrà Cishtaun’ scattare come un felino
da dietro il bancone. Panico tra i ragazzi che si spostano o scappano ridendo. Il ragazzo che gioca non osa lasciare la partita per scappare insieme agli altri (sa che assisterà invece una delle scene più famose di Cishtaun’). Il ragazzo sente una mano sulla sua spalla. E una voce, in verità una specie di ruggito, che esclama: T’ s’rvess’ la mazzait!?
Oppure, mentre agita le lunghe braccia: T’ l’ vuliss’ arpurtà a la cas’ quaes’… arpuort’l! arpuort’l’!

Davanti al bancone c’è un un gruppo di uomini a un tavolo a bere birra. Sono tutti vestiti a festa. Li riconosco. Nonno Cishtaun ha indossato il camice e si è andato a mettere dietro il banco e sorride. Intorno al tavolino, mentre brindano, ci sono Z’ Pepp’ Giuuann’ Androj , Z’ Ad’lind’ Mashtrocc… Z’ Domin’c Birlicc’… Z’ Funzitt’ M’lanes in piedi osservano Z’ F’lic’ d’ Cocc, e Z’Guid’ Santill’
D’un tratto mi ritrovo tra le mani, chissà come, una macchina fotografica.
“Ehi, vi faccio un foto mentre fate il brindisi!” dico.
Alzano i bicchieri e mi guardano…scatto. Sorridono. Vorrei fare un’altra foto ma mi blocco. Mi chiedo dove ho già visto quella scena…una scena quasi come quella!
Ho notato che al tavolo c’è un posto vuoto!
“E quel posto vuoto?” chiedo.

Mi sveglio di soprassalto. Mi ritrovo davanti al fuoco. Mi ero addormentato intorno al caminetto. Fuori nevica. Mi affaccio alla finestra. E’ sera e fa un gran freddo…
Ripenso al sogno.
Era un Sogno…
Qualcuno mi chiama per la cena. Fuori nevica. Ed è buio…

Camillo Carrea